Oggi, in occasione della Festa della Donna, vi ripropongo l’intervista che scrissi anni fa per “Runners’ World“. Incontrai di persona Kathrine Switzer e mi svelò dettagli inediti di quella maratona che le cambiò la vita, ma la cambio anche a tutte noi!
Eccola!
Una spinta, o meglio uno strattone in grado di cambiare il corso della storia, facendo cadere tabù, convenzioni sociali e molto altro.
Era il 1967, quando una Kathrine ventenne, che non capiva il motivo per cui alle donne non venisse data l’opportunità di correre la maratona, decise d’iscriversi alla Boston Marathon. Il pettorale riportava solo le sue iniziali: K.V. Switzer. Quella mattina faceva molto freddo così decise d’indossare pesanti indumenti che ne mascheravano le forme e che l’aiutarono a nascondere la sua vera identità, almeno inizialmente. Al secondo miglio, infatti, un giudice la notò e cercò di fermarla strattonandola a più riprese, ma grazie anche al fidanzato che l’accompagnava riuscì a divincolarsi e a concludere la corsa in 4 ore e 20 minuti.
«Il giorno della gara non volevo assolutamente assomigliare a un uomo, ero ben pettinata, avevo l’eyeliner, il lucida labbra, e i partecipanti attorno a me sapevano che ero una donna. Quella mattina però nevicava e soffiava un vento molto freddo, così indossai una tuta grigia molto larga che nascose le mie forme. Se quel giorno fosse stato caldo avrei messo degli short e un top, e la storia sarebbe andata diversamente».
Kathrine ha la voce squillante, piena di entusiasmo, come quella di una ragazzina, anche quando racconta del suo recente infortunio.
«Lo scorso dicembre sono incorsa in un problema al tendine di Achille che ancora mi tormenta e ora sono in una fase di recupero fisico. Ma non appena mi rimetto in forma ricomincio ad allenarmi quattro volte alla settimana per un’ora, un’ora e mezza. Prediligo i percorsi trail e ondulati, non a caso adoro quelli che trovo in Nuova Zelanda, dove trascorro sei mesi all’anno».
Ammette però di avere rallentato il ritmo dallo scorso anno.
«Il 2012 è stato il mio easy year, una sorta di anno sabbatico, poiché era tempo di tranquillità per il mio fisico; nel 2009 sono tornata alla maratona e ho vissuto un periodo molto intensamente dal punto di vista sportivo».
Kathy rallenta ma non si ferma, il segreto della sua forza risiede nella dieta?
«Adoro il cibo italiano e ogni sera preparo della pasta. In generale presto attenzione a ciò che mangio ma non in modo rigido, cerco di non mescolare le proteine, e poi prediligo le verdure, la frutta, il pesce e il formaggio. Non rinuncio al caffè e al vino, mentre posso fare a meno del cioccolato, dello zucchero e dei dolci in generale».
La donna che ha cambiato il mondo della corsa al femminile è stata diverse volte in Italia, ha corso a Milano, Roma e in Sicilia.
«Ho fondato l’Avon Running nel ’78, in America, portandola a Milano nel 1999, e poi ho gareggiato nella capitale, mentre mi sono allenata in Sicilia durante le vacanze».
Lo scorso 4 maggio ha invece partecipato alla trentesima edizione dell’Avon di Berlino.
«Nell’83 quando c’era il muro che divideva la città in due, organizzai la gara femminile nella parte Ovest . Ricordo che le partecipanti erano 243, quest’anno più di ventimila».
Tra le donne che ammira maggiormente in primis c’è Paula Radcliffe però, sottolinea: «non perché è la maratoneta più veloce di tutti i tempi ma per il fatto che è molto determinata; dopo tanti infortuni è tornata a correre e poi ha avuto il coraggio di costruirsi una famiglia quando era all’apice della carriera. E poi Tegla Laroupe che ha dovuto superare molte difficoltà in famiglia e ora grazie alla corsa porta un messaggio di pace nel mondo, e Lorna Kiplagat che ha usato parte dei suoi guadagni per costruire un camping d’allenamento e delle scuole. Queste donne sono un esempio per gli altri perché hanno travalicato i confini dello sport. Se penso però alla vita di tutti i giorni, ammiro quelle donne che guardandosi allo specchio non si vedono bene, sono sovrappeso, hanno perso la stima in se stesse, ma trovano la forza di cambiare e iniziano a correre».
Kathrine l’ispiratrice, oggi ha 67 anni (era il 2013, nda), ma non è molto cambiata, anzi forse è ancora più bella: perennemente sorridente, gli occhi cerulei che brillano, i capelli biondi ben curati, un’energia da vendere, idee ben chiare, e tanti sogni in testa che cerca di concretizzare.
«Sto cercando di realizzare un nuovo progetto, è una cosa del tutto inedita. Ricordi il numero di pettorale con cui corsi la Boston Marathon nel ‘67? Era il 261. Beh, pare che in molte parti del mondo ci siano runners che indossano questo numero perché è diventato un simbolo, le fa sentire più forti, senza paura. Personalmente sono affezionata a quel numero che qualcuno ha tentato di strapparmi ma che ho tenuto ben stretto fino al traguardo. Così mi piacerebbe fondare 261 clubs nel mondo con gruppi di runners; luoghi aggreganti per le donne in cui possono confrontarsi e trovare il coraggio per cambiare lo stato delle cose, per una rivoluzione soft che modifichi la condizione femminile in diversi paesi del pianeta. E già nel 2014 vorrei organizzare un evento nell’Europa del sud».
L’intento di Kathy è battersi per la libertà e i diritti delle donne, passando attraverso la corsa.
«La corsa ti rende più forte fisicamente, mentalmente, e consapevole delle tue potenzialità, questo messaggio dobbiamo trasmetterlo ad altre donne che vivono in posti a loro ostili, dove soffrono a causa di norme imposte dalla società o dalla religione. Ci sono donne che non possono uscire vestite come preferiscono, che non possono guidare da sole, e fare una serie di cose per noi normalissime, quindi penso che il movimento 261 possa infondere loro coraggio.
Lo scorso aprile, in Malesia, dove metà delle donne sono musulmane ho organizzato la prima maratona, e un terzo delle partecipanti ha corso con il velo».
Fa una pausa di una manciata di secondi, poi con voce profonda e decisa afferma: «Questo è il mio sogno, creare delle opportunità per le donne».
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