Samantha Cristoforetti sperimenta e si allena

Samantha Cristoforetti in azione, prima di andare nello spazio

È nello spazio dallo scorso novembre, ormai manca poco al suo rientro. Samantha è in continuo movimento, e da lassù ci informa continuamente su ciò che vede e fa mandandoci stupende immagini via Twitter. E naturalmente si allena, per rientrare sulla Terra con i muscoli e l’apparato scheletrico a posto. Nell’attesa che ritorni tra noi, vi ripropongo la chiacchierata che ho fatto con lei, via telefono, qualche mese prima che partisse. 

«Sin dalle scuole elementari sognavo di andare nello spazio, il merito è in parte degli insegnanti che mi hanno fatto conoscere un po’ di astronomia, e delle letture di Salgari e Jules Verne. Alle medie avevo già un’idea chiara di quello che volevo fare: se si fosse presentata l’occasione giusta, avrei provato a diventare astronauta».

E l’occasione giusta è arrivata, così nel 2014 Samantha raggiungerà la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) a bordo del razzo russo Soyuz, restando in missione per sei mesi, e sarà la prima donna italiana a volare nello spazio.

Per affrontare la missione da un anno e mezzo si sta preparando duramente.

«Chi è assegnato alla base spaziale deve seguire dei ‘protocolli’ che prevedono, tra le attività obbligatorie, la corsa. Per questo motivo sulla stazione ci sono diversi tapis roulant; dobbiamo fare almeno due sessioni di corsa alla settimana, alternandola alla cyclette. Due ore e mezza di attività motoria quotidiana: una parte di cardio-fitness e una di Ared, un sistema che simula l’allenamento con i pesi e va a sviluppare la parte resistiva. Certo, i pesi nello spazio non si possono usare però ci sono dei cilindri a vuoto con i quali si può regolare la resistenza, fare degli squat, ecc. Siamo obbligati a fare attività per non tornare sulla terra senza muscoli e con un apparato scheletrico debilitato».

Mi spiega che c’è anche chi ha fatto una maratona ‘extra terrestre’ qualche anno fa.

«Nel 2007 un’ astronauta, tra l’altro partita proprio pochi giorni fa per la seconda missione, Sunita Williams, partecipò dallo spazio alla maratona di Boston; iscritta regolarmente è partita nello stesso momento in cui sono partiti i maratoneti sulla terra».

Una corsa sul tapis roulant ancorato ai cavi, la cui velocità massima era di 12 km orari, anche se in realtà sfrecciava a 8 km al secondo attorno al pianeta.

Un’impresa sui generis che le chiedo se proverà. Laconica la risposta ma anche possibilista: «Vedremo».

In realtà, mi confida, non ama correre sul ‘tappeto’, preferisce il terreno e l’aria aperta, come ha fatto la scorsa estate in Russia, a Star City, dove si trova lo Yury Gagarin Cosmonaut Training Center.

«Non sono una grande appassionata di running in palestra, preferisco correre nella natura, ad esempio nella foresta di betulle vicino alla Città delle Stelle, dove sono rimasta per un periodo d’addestramento. Una decina di chilometri tutti i giorni, una meraviglia».

E’ poi una grande appassionata dello yoga.

«A causa dell’addestramento devo fare continui spostamenti, quindi pratico yoga per conto mio, nella stanza d’albergo, a un livello molto basico. Ho iniziato nel 2005, dopo un ritiro in un centro al Nord della California e da allora non ho più smesso»

Per quanto riguarda la dieta, come sarà in orbita?

«Ci sono tre tipi di cibi in scatola nello spazio: quelli che se necessario si possono scaldare o sono già pronti, quelli disidratati ai quali si deve aggiungere dell’acqua, e gli alimenti che si trovano anche al supermercato e considerati idonei, come le tortillas, gli M&M…, l’importante è che non facciano briciole e abbiano una certa compattezza. Non c’è cibo fresco e gli alimenti sono studiati per dare il giusto apporto calorico e i macronutrienti corretti ma, dopo sei mesi, qualche deficienza nutrizionale ci può essere».

Per quanto concerne l’acqua?

«Ce n’è, viene portata nello spazio, anche se in realtà esiste un ciclo chiuso che ricicla l’urina, l’umidità che si forma nell’atmosfera per il sudore e il fiato. Sia l’urina e sia il condensato vengono filtrati, ripurificati e rimessi in circolo. Come dice un mio collega americano: “lo spazio è una macchina che trasforma il caffè di ieri nel caffè di domani”».

Cibo e acqua non rappresentano un problema, così come non lo è la temperatura all’interno della base spaziale.

«La stazione spaziale ha un volume interno che viene mantenuto ad una atmosfera simile a quella terrestre, l’unica differenza è il livello di anidride carbonica che è più elevato. Ogni tanto questo genera un po’ di mal di testa».

Samantha si occuperà di esperimenti scientifici ma all’occorrenza, dovrà uscire dalla base per fare attività di manutenzione, ed è forse ciò che lei si auspica.

«La stazione spaziale è grande quanto un campo da calcio; è stata montata pezzo per pezzo nel corso di dieci anni mediante attività extra veicolari. In pratica delle passeggiate nello spazio in cui si assemblavano i diversi componenti. Questa parte ora non c’è più, però potrebbe essere necessario uscire per riparare qualche pezzo».

Per compiere questo tipo di attività, occorre indossare dei pesanti ‘scafandri’ e possedere tanta forza fisica.

«Si indossano delle tute pressurizzate estremamente rigide, s’immagini ad esempio la mano avvolta dal guanto, ogni volta che si apre e chiude è come se stringesse con forza una pallina da tennis e la stessa cosa avviene per le braccia. Per questo motivo sto cercando di potenziare molto la parte superiore del corpo».

La nostra astronauta però è molto determinata e non teme nulla, non a caso il suo sogno è proprio quello di fare «una passeggiata nello spazio».