Marco Olmo: ultra-runner vegetariano con buoni geni

Marco Olmo, classe ’48, piemontese, figlio unico, proveniente da una famiglia di contadini, con papà Guido che all’occorrenza faceva il boscaiolo o lavorava in ferrovia quando nevicava. Sposato con Renata (non ha figli perché dice che non se l’è mai sentita di mettere al mondo qualcuno che dovrà affrontare un futuro dal quale non si aspetta nulla) che spesso lo supporta nelle competizioni più impegnative, vive a Robilante, un paesino di duemila anime circondato dalle montagne, che il prossimo  7 giugno ospiterà il primo trail di 15 km chiamato “Sui Percorsi di Olmo”.

Non vive però nella sua casa natale, quella non c’è più, barattata e poi distrutta per fare posto a una cava mineraria creata dalla Buzzi Unicem (che tra l’altro sponsorizza il suo trail), nella quale poi andò a lavorare. Mentre parla penso a “Il ragazzo della via Gluck”, cantata da Adriano Celentano.

«Al posto dell’abitazione dell’infanzia c’è una miniera a cielo aperto dalla quale si ricava un minerale che macinato e miscelato insieme al calcare diventa cemento. La zona è stata stravolta nel bene e nel male. Ha fatto dei danni ambientali, ma ha anche portato l’industria; ci ha tolto dalla miseria».

La voce di Marco è nostalgica, forse pensa al paesaggio che non tornerà più come un tempo, ai castagni che hanno lasciato il posto a un gigante che produce cemento.

«Il mondo dei vinti è così», aggiunge con un filo di voce, tradendo una piacevole erre moscia, che ha un che di aristocratico, e contrasta con la corazza dura che si è costruito nel tempo.

Perché l’industrializzazione non si ferma, va avanti, bisogna accettarla (o forse no); talvolta violenta i nostri luoghi, ne cambia i connotati per sempre.

«Quando facevo l’escavatorista toglievo le pietre, mutilavo le montagne, poi le medicavo cercando di ridare loro la fisionomia di un tempo. Ma ciò che si toglie non torna più come un tempo».

Prima del cementificio ha fatto il boscaiolo e poi il camionista, ed è stato in quel periodo, all’età di 27 anni, che ha cominciato a correre. Scelse il running perché era uno sport facile e individuale.

«Si fa con poche cose, non serve un’equipe per correre. È sinonimo di libertà, puoi allenarti quando vuoi, hai un po’ di tempo ed esci, puoi andare da solo, non importa che tu abbia un compagno come a bocce.

Ho iniziato perché mi sentivo senza fiato. Lessi che la corsa era la base di tutto e iniziai ad allenarmi. Inizialmente tribolai; facevo gare podistiche di 10-15 km. A quei tempi chi faceva una maratona all’anno era un eroe, adesso ti ridono dietro. È cambiato tutto».

Dalle competizioni domenicali è passato alle gare off roads e a 58 anni è diventato Campione del Mondo vincendo l’Ultra Trail du Mont-Blanc, la gara di 168 chilometri che abbraccia il Monte Bianco, preclusa ai più a causa della durezza del percorso che presenta oltre novemila metri di dislivello positivo. Rimango sbalordita da questo superuomo, già perché non riesco a definirlo diversamente. Ma come fa?! Farà fatica anche lui?! Beh più avanti me lo dirà…

«A 59 anni ho bissato il successo dell’anno prima».

Marco è la riprova che non c’è età per cominciare a correre e vincere, per essere il migliore, anche se per la verità lui rappresenta l’eccezione. Forgiato probabilmente dalle montagne e dal lavoro nei boschi, dalla strada e dalle pietre si è costruito un fisico perfetto, capace di resistere a fatiche molto intense.

«Faccio fatica anche io – sottolinea – probabilmente però ho dei buoni geni. In ogni caso l’allenamento è fondamentale. Corro in solitudine facendo dei lunghi di sette – otto ore in montagna».

È buio pesto quando inizia l’allenamento.

«Parto alle tre del mattino così per mezzogiorno sono a casa, simulo un po’ la situazione che si presenta in gara. Spesso incontro caprioli e cinghiali lungo il percorso; spero sempre che non ci sia la mamma cinghiale con i piccoli, perché è piuttosto aggressiva».

Durante le ore di training porta con sé po’ di cibo ma niente acqua, quella la trova lungo i sentieri che conosce meglio di se stesso.

«Con me ho delle barrette energetiche; inizialmente mi portavo il pane ma le briciole correndo mi andavano di traverso e così l’ho abbandonato. L’acqua? Bevo dai ruscelli o dalle sorgenti».

Quando è impegnato nelle gare ultra (in media si corre per almeno una ventina di ore), l’atleta diventato un’icona dell’ultra trail, per combattere la fatica non usa tecniche di meditazione e rimane perplesso se gli parlo di yoga e altre discipline meditative.

«Durante l’UTMB penso ai colli, ai passaggi già affrontati, a bere, ad alimentarmi, ai sassi, presto attenzione al percorso, ho un sacco di cose a cui pensare; quando corro nel deserto invece ci sono le dune infinite ma sempre diverse. Non ho mai avuto problemi di testa, semmai a cedere sono le gambe. Ultimamente non vanno benissimo, ma i risultati ormai li ho ottenuti».

È vegetariano da parecchi anni, inizialmente per necessità, poi ne ha fatto una filosofia di vita.

«Mi sono avvicinato al vegetarianesimo per motivi di salute; un medico mi disse che la carne faceva male. Mi preparò una dieta che non seguii. Sono un uomo libero, non amo rispettare le regole, però diventai vegetariano e a poco a poco ho cominciato a vedere il mondo con occhi diversi».

Quotidianamente assume molti carboidrati: pasta, pane, patate, gnocchi, i cibi che predilige.

«Amo ciò che mangiavano i nostri montanari, togliendo quel poco di carne che assumevano durante le feste o quando moriva un animale».

Nessuna carenza di ferro o altre problematiche legate a un’alimentazione di verdure e cereali?

«Sono quasi anemico, ma non c’entra nulla con la dieta; in più ho la pressione bassissima, sono sempre stato così, convivo con i capogiri.

Mia madre mangiava le stesse cose che mangio io eppure aveva la pressione alta».

Anche il cuore non scherza, è lento come quello dei più grandi atleti.

«Quando avevo l’extrasistole (fino a 5-6 anni fa) il battito del cuore era di 34 pulsazioni al minuto, oggi si è alzato a 42».

Correre per lui è un po’ come volare, quando si allena non sente la gravità, è tutt’uno con il cielo e con ciò che lo circonda.

«Nella corsa c’è un piccolo attimo in cui si è sospesi; però devi correre senza inseguire ed essere inseguito».

Ha partecipato a numerose edizioni della Marathon des Sables perché preferisce il deserto africano ai monti.

«Mi piace maggiormente il deserto; ha un suo fascino, è molto particolare, è vario. Ci sono le montagne, le dune, le pietraie, le salite e le discese sempre differenti».