I Giochi Olimpici e le donne

Pochi giorni alla XXXI edizione dei Giochi Olimpici, in programma a Rio de Janeiro, in Brasile, dal 5 al 21 agosto prossimo.

La prima edizione dell’epoca moderna, come sapete, si disputò nel 1896, ad Atene, per volere del barone Pierre De Coubertin. Ma ciò che forse ignorate è che fu un’olimpiade tutta maschile (e non fu l’unica), poiché le donne non erano ammesse. Avete capito bene: bandite! De Coubertin sosteneva che così avveniva nei Giochi dell’antica Grecia.

Lo psicologo Mauro Valeri lo racconta nel suo “Stare ai giochi”, mettendo in luce come la posizione del Barone e quella del CIO, rispondesse piuttosto a «una visione sessista e a una particolare interpretazione dello sport, ancora incentrata sul modello atleta/soldato».

Ma c’è chi, in quella prima edizione, andò contro il regolamento; si tratta di una donna greca, di umili origini e madre di un bimbo di un anno e mezzo, di nome Stamata Revithi, decisa a correre la maratona. Avete capito bene, non una disciplina qualunque: la MA-RA-TO-NA.

Le fu impedito di correre con gli uomini quello stesso giorno, così corse tutti i 42 km il giorno seguente, anche se non poté terminarla facendo l’ultimo giro dello stadio. Circa 5 ore il tempo che impiegò, due ore dopo Spyridon Louis, il vincitore della maratona maschile (2h58’50’). Però la sua performance non venne riconosciuta.

Quando furono inserite le prime gare femminili di atletica nei Giochi dell’era moderna? Nel 1928…

E sapete perché? In seguito all’organizzazione, nel 1921, delle prime Olimpiadi femminili, da parte della francese pluri-sportiva Alice Milliat. La manifestazione fu un successo, così nel 1925 il CIO, temendo la concorrenza al proprio “marchio”, propose alla Milliat di inserire le gare di atletica nelle Olimpiadi del 1928 (e lei si impegnò a non usare più usare più il nome “olimpico”). 5 le specialità per le donne: 100, 800, 4×100, salto in alto, lancio del disco. Niente male, anche se gli uomini ne avevano a disposizione 22.

E la maratona? Dobbiamo attendere ancora un bel pochino…

Il fisico delle donne, infatti, non era ritenuto adatto a correre le lunghe distanze.

Non tutte però erano d’accordo; nel 1966 l’americana Roberta Gibb partecipò ufficiosamente (senza numero), alla maratona di Boston; l’anno dopo fu la volta di Kathrine Switzer, che gareggiò con il pettorale, trovando l’escamotage dell’iscrizione mettendo solo le iniziali del suo nome.

Faceva freddo quel giorno, per cui Kathy indossò una pesante felpa e dei pantaloni lunghi. «Non volevo nascondere le mie forme – mi ha confidato -, avevo solo freddo. Certo, se fosse stato caldo avrei messo un top e forse la storia sarebbe andata diversamente». E non arrestò la sua corsa neppure quando un giudice, lungo il percorso, accorsosi della sua identità la strattonò a più riprese nel tentativo (vano) di fermarla. Andò avanti con il pettorale ben appuntato, il 261, e tagliò il traguardo in 4 ore e 20 minuti.

Qualche anno dopo, nel 1971, l’australiana Adrienne Beames corse la maratona in 2h46’30”. Fu la prima donna a scendere sotto le tre ore.

Insomma le donne stavano allungando il passo, eccome, e stavano correndo sempre più forte…

Un deciso passo in avanti si ebbe alla fine degli anni Settanta, con la norvegese Grete Waitz che vinse a più riprese (ben nove volte e con tempi strabilianti per l’epoca), la maratona di New York.

Il fenomeno Waitz, al pari della 42 femminile, stava esplodendo.

Così nel 1982 la 42K femminile venne introdotta nei Campionati Europei di Atene (vinta dalla portoghese Rosa Mota, argento per la nostra Laura Fogli), nel 1983 ai Mondiali di Helsinki, e finalmente diventò olimpica nel 1984, in occasione dei Giochi di Los Angeles (vinta da Join Benoit).

Abbiamo atteso quasi un secolo per avere la maratona femminile olimpica! Tante donne “fearless”, senza paura, hanno dovuto sfidare convenzioni, regolamenti, e se oggi possiamo correre 42 km lo dobbiamo anche a loro, al loro coraggio.

Il prossimo 14 agosto, guardando la maratona olimpica femminile di Rio de Janeiro, pensiamo anche a loro!