Kathrine Switzer: 42 km per le donne

Una spinta, o meglio uno strattone in grado di cambiare il corso della storia, facendo cadere tabù, convenzioni sociali e molto altro.
Era il 1967, quando una Kathrine Switzer ventenne, che non capiva come mai alle donne venisse negata l’opportunità di correre la maratona, decise d’iscriversi alla Boston Marathon. Il pettorale riportava solo le sue iniziali: K.V. Switzer. Quella mattina faceva molto freddo così decise d’indossare pesanti indumenti che ne mascheravano le forme e che l’aiutarono a nascondere la sua vera identità, almeno inizialmente. Al secondo miglio, infatti, un giudice la notò e cercò di fermarla strattonandola a più riprese, ma grazie anche al fidanzato che l’accompagnava riuscì a divincolarsi e a concludere la corsa in 4 ore e 20 minuti.
«Il giorno della gara non volevo assolutamente assomigliare a un uomo, ero ben pettinata, avevo l’eyeliner, il lucida labbra, e i partecipanti attorno a me sapevano che ero una donna. Quella mattina però nevicava e soffiava un vento molto freddo, così indossai una tuta grigia molto larga che nascose le mie forme. Se quel giorno fosse stato caldo avrei messo degli short e un top, e la storia sarebbe andata diversamente».
Kathrine ha la voce squillante, piena di entusiasmo, come quella di una ragazzina. Quando la incontro è in forma smagliante e sprizza un’energia incredibile. Ha compiuto 69 anni il 5 gennaio scorso eppure non dimostra affatto questa ‘età, merito (certamente) della corsa… E del cibo visto che predilige quello italiano 🙂
«Adoro il cibo italiano e ogni sera preparo della pasta. In generale presto attenzione a ciò che mangio ma non in modo rigido, cerco di non mescolare le proteine, e poi prediligo le verdure, la frutta, il pesce e il formaggio. Non rinuncio al caffè e al vino, mentre posso fare a meno del cioccolato, dello zucchero e dei dolci in generale».
La donna che ha cambiato il mondo della corsa al femminile è stata diverse volte in Italia, ha corso a Milano, Roma e in Sicilia.
«Ho fondato l’Avon Running nel ’78, in America, portandola a Milano nel 1999, e poi ho gareggiato nella capitale, mentre mi sono allenata in Sicilia durante le vacanze».
Tra le donne che ammira maggiormente in primis c’è Paula Radcliffe però, sottolinea: «non perché è la maratoneta più veloce di tutti i tempi ma per il fatto che è molto determinata; dopo tanti infortuni è tornata a correre e poi ha avuto il coraggio di costruirsi una famiglia quando era all’apice della carriera. E poi Tegla Laroupe che ha dovuto superare molte difficoltà in famiglia e ora grazie alla corsa porta un messaggio di pace nel mondo, e Lorna Kiplagat che ha usato parte dei suoi guadagni per costruire un cam d’allenamento e delle scuole. Queste donne sono un esempio per gli altri perché hanno travalicato i confini dello sport. Se penso però alla vita di tutti i giorni, ammiro quelle donne che guardandosi allo specchio non si vedono bene, sono sovrappeso, hanno perso la stima in se stesse, ma trovano la forza di cambiare e iniziano a correre».
Poi aggiunge…
«La corsa ti rende più forte fisicamente, mentalmente, e consapevole delle tue potenzialità, questo messaggio dobbiamo trasmetterlo ad altre donne che vivono in posti a loro ostili, dove soffrono a causa di norme imposte dalla società o dalla religione. Ci sono donne che non possono uscire vestite come preferiscono, che non possono guidare da sole, e fare una serie di cose per noi normalissime, quindi penso che il movimento 261 (il pettorale con cui corse la maratona di Boston) possa infondere loro coraggio».

Kathrine Switzer nel 1967 quando il giudice la strattonò in gara nel tentativo di fermarla (Ap Photo)

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